Mons. Gangemi

IMG_2061 copia“Dio, l’Essere più semplice e più complesso, vicinissimo a noi, in ipso vivimus, movemus et sumus, e lontanissimo da noi, immerso nella notte del suo mistero, naufrago nella profondità dell’invisibile, ci offre molte strade per arrivare a Lui. Strade umili e strade superbe, strade splendidamente oscure e oscuratamente splendide, strade umili aperte agli occhi stupefatti dei piccoli e alle menti superbe dei grandi.

Ma c’è una strada facile, accessibile a tutti, che porta sicuramente a Lui: la strada della bellezza.

L’arte, che a Dio quasi è nepote, sceglie questa strada per rendercelo presente, visibile, tangibile, fruibile. Perciò, non è ozioso, futile e vanitoso raccogliere opere d’arte per offrirle agli occhi e all’anima dell’uomo.

Oltre all’apostolato della preghiera e l’apostolato dell’azione c’è l’apostolato del Bello che, attraverso gli occhi, aiuta a portare anime a Dio: perciò a pieno titolo rientra tra gli impegni del ministero sacerdotale.

L’angelo delle tenebre, per sedurre gli uomini, si serve anche delle immagini; offriamo anche all’angelo della Luce immagini per condurre anime a Dio.

Bisogna avere paura degli uomini che non si lasciano conquistare dal Bello: sono già schiavi delle cupidigie e dell’orgoglio o del sesso. Nella gerarchia dei valori non dovrebbero trovar posto i terreni che tormentano bramati / deludono sperati / non saziano ottenuti / desolano perduti.

Ma io ho preso la parola non per fare un’esoterica omelia ma per doverosamente ringraziare; il nostro ringraziamento riconoscente e grato va a tutti coloro che nel corso degli anni hanno confortato, sostenuto e aiutato la Fondazione (…).

Riguardo all’onore che hanno voluto conferirmi, confesso di non essere stato mai un mendicante di onori: ma gli onori spesso fuggono chi li insegue e inseguono chi li fugge, ma, in fondo, tutti più o meno ci tengono ad essere ammirati, fare rumore per acquistare rinomanza, mentre non è il mondan romore altro che un fiato / di vento, che or viene quinci e or viene quindi, / e muta nome perché muta lato. / La vostra nominanza è color d’erba / che viene e va e quei la discolora / per cui all’esce de la terra acerba.

Tuttavia, sono contento di ricevere questo onore, per avere finalmente qualcosa di bello da condividere con i miei validi e affettuosi collaboratori.

Non bisogna però dimenticare le parole che Gesù consegnò agli Apostoli, quando ritornavano a Lui fieri dei loro successi nell’apostolato: “Anche se avete compiuto miracoli d’operosità dovete dire: servi inutiles sumus quod debuimus facere fecimus”. Siamo dei servi inutili, abbiamo fatto quel che dovevamo fare, nient’altro che il nostro dovere.

E termino, rinnovando il mio caloroso grazie… Grazie, o amici, grazie, grazie!”.